Indulto mascherato o saggia gestione di un’ emergenza umana?
E’ del 17 Marzo 2020, al termine del Consiglio dei Ministri, la comunicazione della stesura del decreto n.18 denominato “Cura Italia” che pone le basi per il sostegno economico alle famiglie, ai lavoratori e alle imprese, trovatisi in ginocchio dopo queste prime settimane conseguenti alla diffusione del virus COVID-19. Il decreto stabilisce interventi importanti in materia di fisco, ammortizzatori sociali, professionisti e lavoratori, piccole e medie imprese, università, enti locali e giustizia, per un ammontare di 25 miliardi di euro.
La misura prevista dal decreto in tema di giustizia è diretta a prendere contromisure immediate ai recenti accadimenti di rivolte che hanno causato feriti e morti all’interno di numerose carceri italiane ed ingenti danni alle strutture. Dopo il provvedimento di sospensione delle visite ai detenuti per contenere i rischi del contagio del coronavirus, da Nord a Sud numerose proteste si sono susseguite in oltre 20 istituti penitenziari. Risultato: disordini, incendi, scontri tra forze dell’ ordine e detenuti, fughe, feriti e morti. Il motivo delle rivolte, in tutti gli istituti penitenziari da San Vittore al carcere di Cavadonna di Siracusa, oltre alle restrizioni ai colloqui con i parenti, è sempre lo stesso: la paura del contagio del virus a causa del sovraffollamento delle carceri. Molti degli istituti penitenziari superano di centinaia di posti la capienza reale, con l’immediata conseguenza di un’oggettiva impossibilità di rispettare gli spazi e le distanze tra detenuti; inoltre il continuo viavai del personale, dei manutentori, dei fruitori di servizi appare ai detenuti come possibile veicolo di contagio e, considerato il fatto che sono stati inibiti dal poter ricevere visite dai propri parenti, appare chiara la ragione dei cori da parte dei detenuti che hanno attraversato le carceri in questi giorni all’unanimità: “libertà, libertà”.
Il decreto “Cura Italia” in argomento di giustizia interesserà circa 4000 detenuti ed, in particolare, è stabilito in esso che sino al 30 giugno 2020 potranno ottenere la detenzione domiciliare coloro i quali devono scontare una pena, o un residuo della stessa, sino a 18 mesi, grazie ad una procedura semplificata che prevede che la misura venga applicata dal magistrato di sorveglianza, non soltanto su istanza del detenuto, ma anche per iniziativa del PM o della direzione del carcere in questione.
Per i detenuti che rientrano in questa misura si ricorrerà al braccialetto elettronico, che sarà reso disponibile, a seconda del programma di distribuzione gestito dal capo dell’ amministrazione penitenziaria insieme con il capo del dipartimento di pubblica sicurezza, con riferimento a variabili di capienza degli istituti e delle reali emergenze sanitarie rappresentate dalle autorità competenti.
Tale misura, è da specificare, non è applicabile a tutti i detenuti; restano esclusi dal provvedimento i soggetti condannati per delitti indicati dall’art. 4-bis dell’ ordinamento penitenziario, i condannati per concussione e corruzione, i detenuti sotto regime di sorveglianza particolare, i delinquenti recidivi ed i detenuti privi di un domicilio effettivo e idoneo.
Le critiche più aspre a tale provvedimento sono arrivate dal leader della Lega Salvini e dal segretario generale dell’ Fsp Polizia di Stato Walter Mazzetti; entrambi hanno parlato di indulto mascherato e ritengono che sia un messaggio errato da mandare ai detenuti, certi del fatto che lo stato, in un momento di tale tensione, debba mantenere la propria autorevolezza ancor di più e convinti del fatto che i detenuti percepirebbero come un indietreggiamento delle istituzioni alle loro rivolte violente dentro le carceri.
Un dato da considerare è, però, quello che la paura del contagio da parte dei detenuti, e le conseguenti sommosse, sono semplicemente un dejavu di una problematica atavica dei penitenziari italiani dove, ad oggi, ci sono 11.000 detenuti in più della reale capienza. Il sovraffolamento, l’elevata promiscuità, la penuria di servizi sanitari idonei predisposti per i detenuti, oggi più che mai, preoccupano un’ Italia che da sempre è stata dibattuta e spaccata a metà in merito alla gestione del detenuto e all’iter che la costituzione prevede segua per scontare la pena.
Risulta più utile, quindi, accostarsi al concetto di pena detentiva ottocentesco, e quindi tradurla come punitiva verso il crimine commesso, mostrando oggi un pugno d’acciaio ed un’autorevolezza degna dei paesi più “sicuri”, o rispettare la funzione rieducativa della pena sancita dalla Costituzione italiana all’ art. 27 co.3 che a chiare lettere afferma che “le pene devono tendere alla rieducazione del condannato” secondo un’esigenza di proporzionalità ed equilibrio tra la gravità dell’ illecito e l’entità della pena da infliggere.
In merito a questo quesito sarebbe bene chiedersi, e a seguire tentare di comprendere, se l’Italia vede il carcere come “discarica sociale” o come “percorso” volto a un reinserimento in società, a maggior ragione se, tra gli 11.000 detenuti in “esubero” rispetto alla regolare capienza degli istituti, vi sono uomini e donne ancora in attesa di giudizio, quindi potenzialmente “non colpevoli” e una miriade di individui, cani sciolti, spesso disperati, che di tutto avrebbero bisogno fuorchè del carcere stesso. Se in questi ultimi 30 anni la popolazione carceraria è più che raddoppiata, seppur con una netta diminuzione dei reati gravi va da sé che le nostre carceri siano intasate di numerosi “fallimenti dal punto di vista umano”, che il carcere, in queste condizioni odierne, non può che rimarcare e reiterare sull’individuo stesso.
Forse, all’indomani delle gravi rivolte nelle carceri, l’Italia dovrebbe preoccuparsi meno dell’ autorevolezza e dei muscoli da mostrare all’Europa e al mondo e a creare, per il proprio paese, le basi di legalità, a medio e lungo termine, che diventino substrato stabile, perpetuo, reale e condiviso all‘interno della società, e che non sia fertilizzante per la criminalità spicciola che, nostro malgrado, affolla gli istituti penitenziari da anni.