L’attentato di via Rasella è considerato come un atto di Resistenza estrema da parte della città di Roma, occupata dai tedeschi dall’8 settembre del 1943, giorno dell’armistizio di Cassibile. Quel 23 Marzo ’44, dodici partigiani membri dei GAP romani fecero esplodere una bomba nascondendola in un carretto per l’immondizia.
Fin dai primi giorni dell’occupazione nazista di Roma si costituirono nella capitale gruppi di resistenza, in particolar modo il Fronte militare clandestino e i nuclei comunisti.
Il Feldmaresciallo Alber Kesserling comandante nazista del fronte meridionale nominò capo della Gestapo di Roma l’ufficiale delle SS Herbert Kappler, conferendogli direttamente il controllo dell’ordine pubblico in città.
La politica del terrore avviata da Kappler, si esplicitò in frequenti rastrellamenti ed arresti di antifascisti o anche di semplici sospetti, e giunse a sgominare nell’inverno 1943-44 quasi ogni gruppo della Resistenza romana. Gli unici a mantenere una discreta efficienza operativa rimasero i GAP, piccoli gruppi di partigiani che nacquero su iniziativa del Partito Comunista Italiano per operare prevalentemente in città, sulla base dell’esperienza della Resistenza francese.
La loro azione, fondata sulla volontà di incalzare il nemico, aveva compiti di sabotaggio e di azioni armate, tra cui l’eliminazione dei nazifascisti in ambito cittadino e puntava a minare i punti vitali della macchina da guerra hitleriana.
È in questo contesto di violenta occupazione tedesca e di forte riluttanza da parte dei militanti italiani antifascisti che si giunse alla strategia di attaccare militarmente l’occupante con un’azione che avesse un forte valore simbolico: il 23 marzo 1944 i quadri comunisti della Resistenza romana diedero luogo a un’azione di guerra partigiana contro l’11ª compagnia del III battaglione “Bozen” che transitava in via Rasella “in pieno assetto da guerra”. L’operazione fu ideata da Giorgio Amendola e portata a termine da 12 partigiani che utilizzarono una bomba a miccia ad alto potenziale, collocata in un carrettino per la spazzatura urbana.
Il bilancio dell’ azione dei GAP fu di 32 militari tedeschi uccisi e di un altro soldato morto il giorno successivo e l’esplosione, che accidentalmente uccise anche due civili italiani, destò non poca ira nel fuhrer, tanto che le reazioni non tardarono ad arrivare.
A seguito dell’attentato sembra che Hitler avesse chiesto una rappresaglia esemplare con la quale avrebbe proposto di uccidere trenta italiani per ogni tedesco ucciso. Di questo ordine, però, non esistono tracce documentali, mentre è certa, ed è storia, la decisione di far fucilare dieci italiani per ogni tedesco ucciso da parte del feldmaresciallo Kesselring.
I rastrellamenti partirono già nel tardo pomeriggio e proseguirono nel corso della nottata: vennero portati via prigionieri detenuti del Regina Coeli e di via Tasso, ebrei e civili, deportati anche grazie alla collaborazione della polizia fascista e, ogni volta che dall’ospedale arrivava la notizia della morte di un soldato tedesco, come promesso, alla lista dei condannati si aggiungevano dieci nomi in più.
I cosiddetti Todeskandidaten (persone da eliminare), dovevano principalmente essere prigionieri detenuti a Roma già condannati a morte o all’ergastolo, o quelli colpevoli di atti che avrebbero probabilmente portato a una condanna a morte ma, secondo la proporzione matemetica di 1:10, e a causa della massima rapidità con cui doveva essere eseguita la rappresaglia, non bastavano i prigionieri a disposizione.
Principale preoccupazione delle autorità tedesche era la necessità di eseguire la rappresaglia entro 24 ore e in totale segretezza.
Essendo morti fino a quel momento ventotto soldati tedeschi a via Rasella, il capo della Gestapo a Roma iniziò a raccogliere i nomi di 280 Todeskandidaten; il colonnello Kappler era consapevole della difficoltà di individuare in brevissimo tempo un numero così elevato di persone e decise così di richiedere la collaborazione del questore Caruso che, dopo un incontro e alcune discussioni, promise di fornire una lista di cinquanta prigionieri da inserire nell’elenco, prendendo in considerazione la possibilità di includere anche i 57 ebrei imprigionati in attesa di essere deportati.
Alle ore 3 del mattino del 24 marzo il colonnello Kappler ritenne, contando sui 50 nomi promessi dal questore Caruso, di aver raggiunto finalmente il numero di 320 condannati a morte previsti dalla rappresaglia.
Da mezzogiorno i prigionieri, radunati e rinchiusi in via Tasso furono condotti in Via Ardeatina, con le mani legate dietro la schiena e senza alcuna comunicazione sul destino che li attendeva, affinchè si mantenesse la segretezza.
Le cave erano accessibili attraverso un labirinto di gallerie interconnesse e prima dell’arrivo degli automezzi con i condannati, il capitano Schütz si era recato sul luogo con i suoi uomini illustrandogli in modo energico la loro missione.
Intorno alle 15.30 ebbero inizio le fucilazioni. I prigionieri, suddivisi in gruppi di cinque, vennero condotti nelle gallerie; all’entrata del luogo di esecuzione veniva richiesto il nome al condannato e controllata la lista, quindi le vittime venivano fatte inginocchiare e gli esecutori, all’ordine del capitano Schütz, sparavano un colpo di pistola dall’alto in basso all’altezza del collo, per ottenere una morte immediata e non disperdere munizioni. In totale furono effettuati 67 turni di esecuzioni. Se all’inizio la procedura di annientamento delle vittime sembrò avviarsi con precisione e disciplina, con il passare del tempo alcune vittime cercarono di opporre resistenza e dovettero essere sottomesse con la forza; la massa crescente di cadaveri venne accatastata per lasciare spazio a disposizione; alla fine, per accelerare i tempi, si decise di far salire le vittime e gli esecutori sopra lo strato di cadaveri e si formarono pile di corpi. Nel frattempo il colonnello Kappler era in ansiosa attesa dell’arrivo dei cinquanta uomini che avrebbero dovuto essere forniti dal questore Caruso, ma quest’ultimo aveva tardato a consegnare la lista; alle 16.30, dunque, vennero pretesi e prelevati immediatamente cinquanta prigionieri a caso, alcuni effettivamente compresi nell’elenco del questore, ed altri dieci detenuti estranei ed in procinto di essere rilasciati.
Le ultime venticinque esecuzioni terminarono alle ore 20. Il colonnello Kappler al termine dell’eccidio parlò ai suoi uomini, ammettendo che era “stato molto difficile”, ma affermò che “la rappresaglia era stata eseguita” in applicazione delle “leggi di guerra”.
Al termine dell’eccidio si rilevò che erano presenti, a causa della confusione dell’azione finale di rastrellamento dei condannati a morte, cinque uomini in più del numero previsto di 330, ma si decise di procedere comunque all’eliminazione di questi ostaggi in più, con la motivazione che fosse inevitabile in quanto testimoni oculari.
Lo storico tedesco Gerhard Schreiber, stigmatizzando “efferatezza e furia vendicativa” dell’eccidio delle Fosse Ardeatine, ha scritto che “la messa in pratica dell’esecuzione può soltanto essere definita bestiale”.
Al termine della procedura di annientamento delle vittime, i soldati tedeschi minarono gli accessi alle gallerie facendo esplodere le cariche per mantenere l’assoluta segretezza sull’eccidio, ma le esplosioni finali furono udite da alcuni religiosi salesiani presenti nelle vicinanze che fungevano da guide alle catacombe; nella notte entrarono nelle cave per vedere cosa stesse succedendo e si trovarono di fronte ad uno spettacolo orrendo: all’interno delle cave i cadaveri erano rimasti ammassati in gruppi alti oltre un metro e mezzo.
A trenta giorni dall’eccidio, la sera del 24 aprile 1944, un gruppo di partigiani di Bandiera Rossa volle commemorare i compagni uccisi ed espose un cartello con scritto: «I partigiani di Bandiera Rossa vi vendicheranno»; oggi, a 76 anni da questo crimine storico, la memoria non può che inorridire.
