La capsaicina è una sostanza che deriva dalle piante del genere Capsicum, prodotta e contenuta nelle ghiandole situate tra la parete del frutto e la placenta e non, contrariamente all’opinione diffusa, nei semi; dal punto di vista chimico è un alcaloide ed è il responsabile proprio della piccantezza dei peperoncini stessi.
La storia del peperoncino affonda le proprie radici nell’ antichità e, geograficamente, nelle zone del Sud America, tra le montagne del Brasile e la Bolivia; nel corso degli anni, però, grazie alle migrazioni di alcuni uccelli e al trasporto dei nativi, il frutto del primo esemplare di peperoncino antico (ciliatum) con i suoi piccoli frutti rossi e rotondi, venne conosciuto in altri territori, sino a giungere in Europa nel 1500, in seguito al secondo viaggio di Cristoforo Colombo.
Fu la Spagna, per la precisione, a scoprirne il particolare sapore e ad aggiungerlo alla propria cucina, anche in forma essiccata, come sostituto “povero” del pepe nero, il cui utilizzo era invece riservato ai più agiati.
Questo attivo della famiglia del genere capsicum venne scoperto nel 1816 ma solo dopo trent’anni fu sintetizzato nella forma cristallina che prese proprio il nome di capsaicina; essa stimola le mucose della bocca e dello stomaco e produce, se assunta dai mammiferi in grandi quantità, una sensazione di bruciore, sia a livello orale che gastrico. Per comprendere quali siano e come avvengano le interazioni positive della capsaicina sulla salute umana, risulta interessante il lavoro che la sostanza fa sui recettori vanilloidi, conosciuti anche come TRPV1; questi vengono attivati ad una temperatura di circa 43 gradi centigradi.
Nell’ambito della ricerca sui termorecettori, il primo passo giunse nel 1997 da parte di alcuni studiosi che compresero come, durante l’assunzione di capsaicina, si sprigionasse un’ importante e cospicua scarica di calcio intracellulare che riusciva a passare attraverso la membrana grazie proprio all’apertura del canale, sensibile proprio alla capsaicina stessa. Questa scarica di calcio intracellulare riusciva a svuotare le terminazioni nervose dalle sostanze altamente pro infiammatorie, conosciute come citochine o sostanza P.
La capsaicina, grazie alla capacità di interagire con i recettori vanilloidi, riesce ad aprire i canali TRPV1, questi si lasciano così penetrare da una corrente che riesce a depolarizzare il neurone, che genera, a sua volta, un segnale elettrico fino al cervello.
Alla sensazione iniziale di bruciore segue un periodo di analgesia, in cui il neurone non riesce a rispondere a stimoli nocicettivi di diversa natura. Si mette così in atto un’azione inibitrice delle citochine pro infiammatorie, responsabili di molte patologie come psoriasi e dermatiti; con questo meccanismo si spiega l’utilizzo da parte di molte aziende del farmaco o dell’ integratore della capsaicina come coadiuvante al trattamento del dolore e dell’infiammazione in specializzazioni come urologia, ginecologia e dermatologia e nel trattamento di neuropatie e dell’artrite reumatoide con effetto immunomodulatore. Inoltre, grazie alla capacità di stimolare il processo apoptotico, ovvero di morte programmata delle cellule tumorali, la capsaicina risulterebbe anche esercitare una preziosa attività antitumorale.
A livello topico l’applicazione di creme a base di capsaicina riesce a lenire forme pruriginose importanti come quelle determinate dalla psoriasi. Altra funzione comprovata è quella di essere impattante su fastidi muscolari o articolari facilitando la vasodilatazione, la conseguente irrorazione sanguigna della zona su cui viene applicata, e la benefica sensazione di calore che genera la riduzione della sintomatologia dolorosa.
Da antica spezia capace di insaporire i piatti di tutto il mondo ad attivo coadiuvante per la salute umana, il peperoncino ha fatto tanta strada e percorso un’ infinità di secoli e continenti ma, certamente, oggi le sue funzioni curative non sono più un mistero.

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